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Il personaggio di Dicembre 2006

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Francesca Nicolai

Dicembre ci porta in regalo una bella storia di solidarietá e di amore. Francesca é qui da noi per raccontarcela, stiamola ad ascoltare...

Una bella storia di solidarietá e di amore.

di Patrizia Farroni

 

Intervista dopo intervista siamo arrivati a Dicembre, il mese della festa più importante dell’anno. Di quel Natale che, si voglia o no, si creda o meno, ha il grande merito di indurre tutti alla riflessione. Il mese che schiudendo le porte all’inverno, spinge il pensiero alla ricerca di un calore che vada ben oltre a quello che regali inflazionati od originali, costosi o meno, cercano invano di trasmettere. Un calore che solo il donare incondizionato e sincero, la riscoperta di valori dimenticati e un pensiero d’amore a chi è solo e bisognoso, può trasmettere.

Per tutto questo Il suo personaggio non poteva non essere una persona con una bella storia di solidarietà da raccontare. Francesca Nicolai ne aveva una veramente speciale ed io l'ho incontrata per farvela conoscere…

L’ idea di intervistare Francesca nasce dalla bella impressione che mi ha lasciato l’aver sentito parlare di lei in occasione della scorsa cena estiva del Gruppo. Il Presidente, in quell’occasione, le aveva fatto pubblicamente i complimenti per la coraggiosa e generosa esperienza vissuta in Mozambico dove per un mese aveva dedicato tempo ed energie come volontaria presso la missione di un sacerdote brasiliano. Lì Francesca ha giocato seriamente a fare la maestrina a bambini che possono contare solo sulla disponibilità e l’aiuto di qualche missionario e la generosità di famiglie adottive a distanza.

Invito Francesca a raggiungermi un giorno di fine novembre sul mio posto di lavoro. Le propongo di mangiare a mensa da me certa che non faró brutta figura (dove lavoro la mensa non è affatto quella di fantozziana memoria piuttosto un ristorante d’alta cucina).
Lei accetta volentieri ed è così che riusciamo ad incontrarci. Francesca è una ragazza giovane, si sta laureando in Scienze della Comunicazione, brava e seria pallavolista prima ancora che caparbia maratoneta. Io, però, sono impaziente di farmi raccontare in primis la sua difficile ma di sicura arricchente esperienza in terra d’africa. Appena ci incontriamo capisco subito che la mia attesa non sarà delusa: si è presentata con un bell’album di fotografie dalla copertina etnica sotto il braccio dove, mi anticipa, custodisce gelosamente le foto dei suoi bambini e della terra che ama di più, non è vero Francesca?

R Sì, in effetti è così. Ancora prima di partire per l’Africa e quindi di conoscerla un po’ più da vicino, sono sempre stata attirata da questa terra, dalle loro tradizioni, a volte anche incomprensibili per noi occidentali, ma che in un qual modo mi hanno sempre affascinato. Mi sono sempre soffermata a vedere documentari sia prettamente naturalistici, ma soprattutto riguardanti la vita delle tantissimi tribù che popolano quella terra. Se poi andiamo oltre, non posso trascurare che “l’occhio vuole la sua parte” e in Africa, paesaggisticamente parlando, la natura la fa da padrone… guardare il sole tramontare in una distesa infinita di palme… insomma, almeno a me, fa un certo effetto. Così poi questo amore cerco di portarmelo vicino… anche nell’arredamento della mia camera… quell’etnico che tanto va di moda, ma che per me è sempre andato di moda…

Com’è nata l’idea di andartene laggiù?

R Tutto è nato dall’adozione a distanza di un bambino. Era da tempo che, soprattutto con mia madre, si parlava di questo tipo di azione. Mi sono messa alla ricerca di associazioni che si occupassero di adozioni a distanza e mi è parso ( a ragione) che l’Anpil fosse una delle più affidabili. Il tutto è stato molto veloce, nel Gennaio del 2004 ho adottato questo bimbo, immediatamente l’associazioni mi ha mandato diverse informazioni, tra cui la possibilità di passare il mese di Agosto a Beira aiutando la missione. Io ero in un periodo generale di insoddisfazione, legato a tanto motivi: tutto quello che facevo mi sembrava privo di una direzione ben definita, i rapporti interpersonali svuotati dei reali valori che cerco (lo so sembro, detta così, una pessimista cosmica… in realtà dicono sia molto solare, ma io mi sento più vicina ad una perfetta lunatica!!)… in effetti volevo allontanarmi dal “mio” mondo, dalle meschinità, dalle ipocrisie… fare qualcosa che avesse veramente un valore, riacquistare il giusto senso della vita, considerare la relatività dei nostri problemi… insomma fare un po’ di ordine! Feci allora un paio di telefonate per capire se questo viaggio era fattibile… lo era e decisi immediatamente di fare questa esperienza.

Quali le umane comprensibili paure che ti hanno assalito una volta data la tua adesione al progetto

R Beh… mi trovo un po’ in difficoltà a rispondere a questa domanda, perché, a guardar bene, ero circondata da paure, non le mie, ma bensì delle persone a me vicine. Forse ho affrontato questa esperienza, se vogliamo, anche con un po’ di incoscienza, (sono un po’ fatalista in questo senso…. Voglio dire… non è restando nel nostro rassicurante focolare che si evitano i pericoli, almeno io la penso così)… io non avevo grandi paure… era più forte in me la voglia di partire. Avevo parlato e mi ero incontrata diverse volte con il missionario con cui avrei fatto questo viaggio e mi aveva rassicurato molto. Forse il timore più grande era quello di non reggere l’impatto di una realtà così diversa dalla mia, così avevo cercato di prepararmi mentalmente a quello che avrei trovato, ripromettendomi di cercare di costruirmi una piccola barriera che evitasse un coinvolgimento dannoso per me e per i bambini… tutte raccomandazioni che, in effetti, non mi sono servite perché sono riuscita a vivere questa esperienza con molta spontaneità e naturalezza.

Hai trovato comprensione da parte della tua famiglia oppure ha cercato di dissuaderti dal fare questa esperienza?

R Forse quello fu il vero ostacolo che affrontai, ma con il senno di poi non posso che riconoscere che i loro timori erano assolutamente comprensibili, non mi sembra giusto neanche parlare di ostacolo. I loro dubbi non erano per il tipo di esperienza, ma piuttosto la paura per un viaggio in un paese del terzo mondo, dove le sicurezze a cui noi siamo abituati non esistono, dove le condizioni igieniche e l’assistenza sanitaria sono precarie, dove le sommosse popolari non sono così infrequenti. Forse sarebbero stati dei pazzi a dirmi “Vai Fra!! Non andare più al mare in Spagna… corri in Mozambico!”… non so se mi sono spiegata… Oltretutto è anche colpa di mio padre se ho questa passione per i viaggi, per le situazioni non canoniche e per l’Africa… è lui in casa che ha viaggiato moltissimo, molto anche in Africa e ogni volta che tornava e ci raccontava di quella terra così diversa e così affascinante io, bambinetta, stavo ad ascoltarlo adorante per ore.

Cosa hai detto loro per tranquillizzarli e cosa invece hai raccontato a te stessa

R Devo riconoscere che non offrii loro grandi rassicurazioni, anzi sorvolai alcuni particolari non proprio idilliaci (come per esempio che il territorio del Mozambico, dopo la guerra civile, è ancora disseminato di mine antiuomo). Cercai invece di parlargli dell’associazione, un’associazione che si occupava da anni di questi progetti, ogni anno qualche volontario come me era partito, tornandone entusiasta. Ho detto loro che sicuramente non correvo alcun rischio, perché altrimenti non avrebbero promosso un’iniziativa del genere e che si sarebbero “presi cura di me” senza farmi correre alcun pericolo (come in effetti fu). Io non ero “agitata” (cosa stranissima perché lo sono sempre!)… ero curiosa e con troppa voglia di partire per soffermarmi a dare spazio alla paura… ci pensavano già gli altri a preoccuparsi troppo.

Te la senti di raccontarci la realtà che hai trovato?

R Ci provo… anche se non è cosi facile farlo in maniera più o meno sintetica (io non lo sono per niente!!) e perché, ovviamente, viverlo è un po’ diverso dal raccontarlo.
Non ho subito un impatto molto forte con la loro povertà. Questo è dovuto forse al fatto che avevo cercato di immaginarmi già da prima le tristi condizioni che avrei trovato, ma credo sia dovuto soprattutto ad altro. Mi spiego. Beira è una città molto verde così dal punto di vista visivo non dà quell’impressione di territorio arido, secco legato alla povertà, legato agli stenti, sembra superficiale, ma effettivamente un territorio desertico “fa più fame” di uno verde. L’altro motivo che mi ha fatto vivere serenamente l’esperienza è merito interamente dell’indole degli abitanti. Ho realizzato che noi, portati in una situazione del genere probabilmente non riusciremmo a sopravvivere, depressi da tutte le privazioni a cui saremmo costretti… ma loro? Loro non sanno cosa non hanno, non posso piangere perché non hanno una Barbie, non sanno neanche cosa sia una Barbie e questo sicuramente gli fa accettare la loro povertà in maniera molto più dignitosa di quanto non potremmo fare noi. Gli basta un niente perché ti inondino con il loro sorriso ( e non parlo solo di bambini), cantano e ballano ovunque, le loro Messe domenicali sembrano musical! Questo loro carattere se da un verso li aiuta a sopravvivere in condizioni così difficili, a volte sembra essere limite. Alcune volte il loro modo sembra superficiale, poco sensibile ai piccoli passi che potrebbero essere fatti per cominciare a migliorare qualcosa, in più la tradizione culturale è un forte retaggio per alcuni cambiamenti fondamentali. La cultura maschilista che vuole una famiglia più numerosa possibile per una conseguente dimostrazione di potenza virile, poco li aiuta quando non si ha da mangiare, o peggio quando si è portatori di AIDS, una delle maggiori cause di morte in Mozambico. In Mozambico non si sa neanche cosa sia l’AIDS e come si trasmette; quando andai nel 2004 addirittura girava una voce secondo la quale era il preservativo una delle maggiori cause di trasmissione della malattia, la triste realtà invece è che chi trasmette la malattia sono soprattutto gli insegnanti delle scuole statali che promuovono le alunne in cambio di favori sessuali, La malaria, altra causa di morte, non si conosce poi così bene. Molte volte quando parlavamo con i bambini ci dicevano di aver sofferto per un paio di mesi di mal di testa, non sapendo di aver avuto la malaria. Cambiando argomento nella scuola hanno introdotto quella che potremmo chiamare “educazione agraria”, come ho già detto il territorio intorno a Beira è fertile e la popolazione ne potrebbe trovare il necessario sostentamento, anche qui nascono problemi che un po’ fanno rabbia, perché basterebbe davvero poco almeno per garantire una giusta alimentazione, ma l’ignoranza e il ruolo del maschio la fa da padrone, è la donna che fa tutto, con il bambino sulla schiena, la cesta sulla testa e il marito che chiacchiera seduto da qualche parte.

La tua testimonianza ha sviscerato tutte le tristemente note difficoltà e problematiche che affiggono quelle popolazioni ma anche i numerosi controsensi e le contraddizioni che le peggiorano. Cosa può fare ognuno di noi, troppo spesso solo muto spettatore, per cercare almeno per lenire in parte le sofferenze di un popolo e di un continente che paga ogni giorno per questa drammatica situazione un tributo troppo oneroso di vite innocenti

R Mi sono resa conto che effettivamente quello che riusciamo a fare è paragonabile ad una goccia in un oceano, ma almeno da qualche parte si deve cominciare. Se i ragazzi studiano, se cominciano ad informarsi, forse qualche progresso sarà fatto, magari sarà un processo molto lungo perché dovrà continuamente scontrarsi con la loro tradizione, ma credo sia l’unica e doverosa strada. Non dobbiamo imporre il nostro modo, la nostra cultura, il nostro progresso, ma dobbiamo cercare di fargli scoprire il loro e sicuramente uno dei modi par farlo è di aiutarli attraverso le associazioni che si occupano di questo progetti.

Cara Francesca ti chiedo pubblicamente in questa sede di essere testimonial, tu che hai toccato con mano, della buona fede e della veridicità degli scopi delle adozioni a distanza, affinché cada ogni perplessita e far si che anche lo scettico più incallito possa mettere mano al portafogli serenamente

R Certo! Io posso essere testimone dell’assoluta affidabilità e serietà dell’Anpil (per qualsiasi informazione date un’occhiata al sito: www.anpil.org). La scuola dove lavora l’Anpil è una scuola per così dire “privata”, (dove è garantita tra l’altro l’integrità degli insegnanti) non nel senso che sono i più fortunati economicamente ad andare in quella scuola, è esattamente il contrario, perché vengono, come dire, scelti i ragazzi che hanno più bisogno, quelli con meno mezzi e noi, adottandoli a distanza, gli garantiamo tutto il percorso di studi, dalla materna fino alle superiori. Mi sento anche di aggiungere però di fare attenzione, perché purtroppo molte associazioni non sono altro che un modo bieco di arricchirsi senza che in Africa arrivi un soldo.

Il sorriso di riconoscenza di un bimbo che non ne avrebbe nemmeno mezzo di motivo per sorridere è la più bella immagine che mi ha regalato il tuo racconto, ti invidio bonariamente perché hai avuto la fortuna di riceverlo. Vuoi raccontare a tutti noi genitori e non come si riesce a far felice un bambino senza ricorrere a costosi giocattoli, gadget, playstation, computer, minimoto, ecc. ecc.? Magari ci può essere d’ aiuto a non fermarci alla sola riflessione di un momento.

R Se vogliamo parlare dal punto di vista materiale… loro impazziscono per i colori, li facevamo spesso disegnare ed era una cosa che gli piaceva moltissimo, se poi lo fai con loro, glielo insegni ti guardano come se gli avessi regalato il mondo. Ma basta anche molto meno… io mi divertivo a portarmeli in spalla e loro ridevano come se fossero su una giostra. Vedere che li ritieni importanti, che li segui, che li stai a sentire, che passi del tempo con loro… ecco… questo illumina i loro occhi, poi lo si può fare in tanti modi, i bambino sono un po’ uguali in tutto il mondo, forse loro sono meno abituati a tutte le attenzioni dei nostri bambini, per questo le apprezzano così tanto, tutto qui.

Da quello che mi è sembrato di capire, il tutto è nato per una scommessa con te stessa, che senza dubbio hai vinto. Questo la dice lunga sul tuo temperamento e sul tuo modo di vivere. In particolare, com’è la Francesca atleta?

R Bella domanda… poi per me che sono logorroica! Ti premetto che io senza sport non ci so stare, ho comincio a praticarlo quando avevo 4 anni (mia madre andava in palestra portandosi la culla dietro… quindi effettivamente ci sono nata) e non mi sono più fermata. Adoro tutto quello che ha a che fare con l’attività fisica, che possa anche essere una lunga passeggiata per arrivare all’università, invece che prendere l’autobus. Quando avevo 12 anni ho cominciato con la pallavolo, senza più abbandonarla…. Quindi se ti devo parlare della Francesca atleta mi riferisco soprattutto al mondo pallavolistico…. Per quanto mi possa piacere ridere e scherzare nella vita di tutti i giorni, in palestra non “cazzeggio” mai, sono seria insomma, mi impegno in quello che faccio, senza che questo approccio mi tolga il divertimento… anzi… non ci trovo nulla di divertente in allenamenti blandi e poco impegnativi. Questo dal punto di vista prettamente fisico, forse i miei limiti sono di tipo mentale nel senso che non mi ritengo abbastanza “cattiva” ovviamente parlo da un punto di vista prettamente agonistico, anche se lo sport mi ha insegnato moltissimo e insieme alla mia famiglia ha formato il mio carattere.

La tua passione è la pallavolo, nella corsa ti definisci una tapasciona però da quello che mi dici riesci a praticare entrambi gli sport con la stessa serietà. Questo lo deduco dal trasporto e dal senso di soddisfazione con cui condisci i tuoi racconti di maratoneta, in particolare il piacere nelle alzatacce mattutine nonostante le ore piccole della notte precedente. Qual è la risposta che Francesca personalmente si è data alla domanda “Ma a me, chi me lo fa fare?!”

R Quante volte me lo sono chiesto!!! Infinite!!! Devo dire che ho cominciato a smettere di farmi quella domanda quando l’anno scorso, in uno stato di forma perduto, ho cominciato a riscontrare i primi attesi e lietissimi miglioramenti. La soddisfazione è stata veramente grandissima e mi ha spinto ad un impegno maggiore (anche se la pallavolo toglie ancora troppo tempo alla corsa), ha cambiato il mio approccio alle gare, facendomi scoprire anche la voglia e l’interesse nella competizione che, nella corsa, ancora non avevo trovato. Sicuramente la risposta alla domanda “Ma chi me lo fa fare” la trovo sempre in vista del traguardo, quando l’apparizione dell’arrivo mi sembra simile ad un’apparizione di tipo religioso!!! La sensazione immediatamente successiva all’arrivo mi ripaga sempre dello sforzo, quel lieve formicolio, la testa che gira un po’, il cuore impazzito… mi piace…

Sport di squadra e sport individuale: vizi e virtù di due discipline così diverse

R In effetti pallavolo e corsa sono davvero tanti diversi. I miei amici pallavolisti proprio non capiscono cosa trovi nella corsa, soprattutto perché, in genere, chi pratica sport di gruppo odia correre! Partiamo dalla pallavolo… a parte che mi riesce difficile trovarle dei vizi… ;-) E’ uno sport che ormai pratico da 15 anni e che ha influenzato sicuramente la mia vita, sia perché la stragrande maggioranza delle mie amicizie proviene da quel mondo, sia perché è uno sport che mi ha insegnato moltissimo. Mi ha insegnato ad essere umile, ad essere obiettivi, ad impegnarsi e sacrificarsi per un bene comune, per un gruppo di persone; a mettere in secondo piano le velleità individuali per trovare soddisfazione in uno sforzo che è il risultato di un lavoro di gruppo. La squadra viene prima del resto… si può essere in piena forma, giocare la migliore partita di sempre e nonostante tutto perdere, come può accadere il contrario. E questo forse è il limite dello sport di gruppo, il risultato non dipende solo da te, ma da tante persone messe insieme, per questo mentre si gioca c’è un occhio sempre rivolto verso il compagno di squadra, incoraggiarlo se ne ha bisogno, esaltarlo quando merita. Se non c’è gruppo nella pallavolo non si va da nessuna parte, una squadra può essere composta da individualità fortissime e nonostante tutto perdere, al contrario un gruppo di amici a volte può ottenere risultati insperati. La soddisfazione di un risultato nella pallavolo e nella corsa è totalmente diversa, ma bella con la stessa intensità. Nella corsa, almeno io la sento così, la competizione è soprattutto con te stesso, superare quelli che credevi fossero i tuoi limiti, scoprire la respirazione, non come gesto tecnico, ma come qualcosa che armonizza il tuo corpo e la tua mente. La corsa ti da la possibilità di riflettere, di vagare con la mente mentre corri in un parco. E nelle gare, andare oltre continuare passo dopo passo, anche quando la tua testa ti implora di fermarti, sentire la soddisfazione nel scoprire nuova forza quando pensavi di averla finita, continuare la salita senza fermarsi a camminare, magari rallentare, ma non fermarsi… Se questo è il pregio della corsa a volte è anche il suo difetto, generalmente quando non ce la fai più, non c’è nessuno lì a darti una pacca sulla spalla per aiutarti a continuare. Non so se si è capito, ma vivo questi due sport come metafore della vita, così diversi perché forse racchiudono in sé i tanti aspetti della nostra esistenza. Come nella vita mi ritrovo a fare cose molte diverse fra loro, anche in apparente contraddizione, così faccio nello sport, scegliendo due discipline agli antipodi, che si compensano e forse proprio per questo mi completano.

Quando eri in Mozambico, hai avuto desiderio e possibilità di correre? In caso affermativo quali le sensazioni che ti ha regalato?

R No, purtroppo niente corsa in Mozambico… per una ragazza bianca sarebbe stato un possibile rischio andarsene in giro da sola a correre, ma se avessi trovato dei compagni per farlo, mi sarebbe piaciuto moltissimo, anche perché esplorare dei posti che non si conoscono correndo è magnifico, un altro aspetto della corsa che me la fa apprezzare.

La nostra nazione, ma più in specificatamente il nostro vivere occidentale, sempre più ricco esteriormente ma sempre più povero di contenuti visto da laggiù fa più rabbia o compassione

R Beh, a me ha fatto rabbia, compassione no, Rabbia perché capisci con i tuoi occhi quanto potrebbe essere facile migliorare enormemente le condizioni di vita del Terzo Mondo. Non parlo elusivamente dell’aiuto che possiamo dare noi singoli, faccio un discorso più “globale”. Forse sono pessimista e anche polemica, ma credo che realmente alle grandi potenze mondiali, al mondo occidentale, non interessino poi così tanto i gravi problemi che affliggono molti paesi. Più portati ad immischiarsi nelle politiche di paesi con grandi risorse come il petrolio, piuttosto che perdere il loro prezioso tempo in massicce compagne di informazione e di educazione del terzo mondo. Quando si sta lì, fanno rabbia gli squilibri del mondo. Non sono per un livellamento sociale, non lo riterrei neanche particolarmente giusto se fatto in maniera radicale…. Ma è vero che basterebbe davvero toglierci molto molto poco, ognuno di noi, tutti, per aiutarli in maniera importante… ma forse come ho già detto non c’è un reale interesse e per di più, talvolta dietro queste grandi manifestazioni per la pace e per la fame nel mondo si nasconde più un latente (chissà poi quanto) tentativo di mettersi la coscienza a posto di fronte l’opinione pubblica mondiale, che un reale impegno.

Sacrosante, spietatamente vere le tue considerazioni. Impossibile non muovere la testa in segno di asserzione, impossibile per ogni uomo di buona volontá non condividerle. Ma poi, andando al dunque, quanti sono gli uomini di buona volontá? Meno dei milioni di credenti, meno delle migliaia di manifestanti e soprattutto, ahimé, nemmeno uno dei potenti che hanno in mano le sorti del mondo.
Ma tralasciamo i penosi quanto sterili interrogativi da povera e autolimitata occidentale e continuiamo a parlare di questa Francesca dai tanti progetti ed interessi. Ti stai laureando in Scienze della Comunicazione. Con quel “pezzo” di carta cosa pensi di fare?

R Boh!!! Intanto non vedo l’ora di tenerlo in mano quel pezzo di carta, per potermi finalmente proclamare una ufficiale disoccupata!! Gli sbocchi della mia facoltà sono in effetti molti e li ritengo tutti interessanti per mia fortuna. Il difficile non sarà trovare qualcosa che mi piace fare, il difficile sarà trovare qualcuno che me lo offra quel lavoro. Mi piacerebbe scrivere, mi è sempre piaciuto farlo… mi piacerebbe lavorare nel settore comunicativo che è molto ampio, dalle pubbliche relazioni, al marketing, al settore pubblicitario… e ancora non disdegnerei affatto (visto la materia della mia tesi… se tutto va bene… Antropologia Culturale) riuscire a lavorare nel campo della ricerca sociale, nelle organizzazioni no profit… insomma di idee ce ne sono molte, magari confuse, ma ce ne sono…. Speriamo bene.

So che ti diletti a scrivere articoli sportivi per una rivista di pallavolo sul web. Il tuo ideale di giornalista sportivo…

R Sì, ho ripreso a farlo dopo diversi anni con l’obiettivo di prendere il cartellino da pubblicista. Il mio ideale di giornalista sportivo?? Beh. coincide con quello che considero debba essere l’ideale di giornalista più in generale. Completa obiettività, o comunque, dato che l’obiettività non fa parte della naturale indole umana, richiederei un’onesta intellettuale nel lavoro che si svolge. Una forte competenza riguardo l’argomento che si tratta… non sopporto le cose fatte in maniera approssimativa e superficiale… i giornalisti che si improvvisano esperti di discipline sportive quando si occupano di tutt’altro mi infastidiscono. Nello stesso tempo se pretendo una approfondita conoscenza della materia di cui si tratta, non dimentico che i giornalisti comunicano generalmente attraverso i mezzi di comunicazione di MASSA, le loro parole arrivano a tutti, competenti e non, credo sia fondamentale avere la completa padronanza del linguaggio appartenente ad un determinato settore, ma che in un qualche modo possa essere compreso da tutti.

Sei una ragazza molto comunicativa e quindi piena di amici, cosa vedi di cambiato tra il vostro modo di divertirvi e quello della nuova generazione a volte, voce di cronaca, molto discutibile.

R Forse dirò qualcosa di già detto e banale, ma la sensazione che ho è che gli adolescenti di oggi brucino tutti gli appuntamenti della loro vita. Gli adolescenti di oggi fanno quasi quello che faccio io oggi, hanno gli orari che abbiamo noi quasi trentenni, hanno le nostre libertà nel muoversi… il che non lo trovo del tutto giusto. Voglio dire io a 16 anni uscivo il Sabato pomeriggio (durante la settimana studiavo e praticavo sport) e non mi sarei neanche sognata di fare mattina con i miei amici, ma questa non l’ho mai vissuta come una rinuncia, era la normalità delle cose, come lo è ora che qualche volta faccia mattina, ma è un processo che va conquistato… sì… anche quello… la maggiore libertà che si acquista piano piano, accorgersi della crescente fiducia dei nostri genitori, sentirsi mano mano che si cresce sempre più responsabili di quello che si sta facendo. La responsabilità di questo la rintraccio soprattutto nelle famiglie, nell’esempio che ci viene dato dai nostri genitori, dai valori che ci vengono trasmessi… mi spiego se per un adolescente è normale uscire tutte le sere è perché anche per i loro genitori forse è normale. Probabilmente sono una sprovveduta e forse anche io elargirò estrema libertà e tolleranza ai miei figli adolescenti… spero di no sinceramente, il punto credo sia cercare di educare i “ragazzini” di oggi affinché comprendano che c’è un momento adatto per tutto, senza imporre obblighi e divieti, farlo significherebbe ottenere il contrario di quello che si vuole.

Oggi per molti ragazze e ragazzi della tua età il concetto di famiglia sembra qualcosa di ancora molto lontano oltre che di difficile realizzazione. Colpa soprattutto della mancanza di certezze oppure paura di crescere?

R Entrambe. Sicuramente noi Italiani siamo un popolo di viziati, ma devo ammettere che anche chi vorrebbe costruirsi una famiglia trova enormi difficoltà, che non dipendono sempre dalla nostra indole mammona. Per esperienza personale quello che vedo è che uscire di casa, trovare un lavoro fisso e permettersi l’affitto di una casa (non tentiamo neanche di parlare dell’acquisto di un immobile…. PURA UTOPIA!) è realmente difficile, molto più difficile di molte realtà europee. Molti miei coetanei tentano di andare a vivere da soli, ma parlerei più di una sopravvivenza e la cosa scoraggiante è che non sempre è così anche nel resto dei paesi europei. Per non parlare poi delle scarse protezione che ricevono le donne che vorrebbero lavorare e contemporaneamente realizzarsi come madri, non sono problemini di piccola portata, ma insomma qualche segnale dovrebbe esserci, qualche inizio di reale iniziativa dello Stato in questa direzione credo sia doveroso aspettarselo. Trovo troppo squilibrio tra il costo della vita e il potere d’acquisto degli stipendi (generalmente pure precari e provvisori) degli Italiani per incolparli totalmente di paura di crescere.

Cosa dovrebbe fare un uomo per conquistare Francesca
(P.S. per Ale: apprestati a leggere come si conquista una ragazza carina ed intelligente! )

R Ah! Ah! Ah!! Ma quando finirete di massacrare Ale??? Innanzitutto grazie per il carina e intelligente! Dunque il mio uomo lo voglio bello, simpatico e intelligente!!! A parte gli scherzi… è un po’ difficile rispondere, forse perché difficile lo sono io, o troppo esigente come mi dicono tutti. Il punto è che se devo pensare ad una persona che mi stia accanto penso ad una persona che non mi faccia stare bene, ma benissimo. Non riesco, neanche sotto tortura ad “accontentarmi” di una situazione serena e tranquilla, voglio il massimo… forse ho una visione troppo romantica dell’amore, ma il fatto è che difficilmente nei miei 27 anni sono stata “accompagnata”, la mia vita l’ho vissuta quasi totalmente da single e l’ho vissuta benissimo, non ho paura di stare da sola., anche se nei miei sogni c’è il grande amore. Data questa premessa… come deve essere il mio grande amore?? E chi lo sa?? Prima di tutto deve possedere quel famoso “quid” così incomprensibile agli uomini, quel famoso non so che, quel qualcosa di inspiegabile che fa scattare tutto il resto. Deve farmi ridere… alla fin fine è proprio vero che ‘ste donne bisogna farle ridere, altro che fisici palestrati, vorrei una persona con cui poter parlare di qualsiasi cosa, con delle passioni in comune e altre no… così da scoprire di nuove. E poi?? E poi tanto altro… ma davvero vi interessano i miei voli pindarici?? 

Il tuo sogno sportivo

R Il mio sogno sportivo oramai non più realizzabile sarebbe stato fare della mia passione la mia attività principale… arrivare ad altissimi livelli nella pallavolo, ma insomma…. evidenti limiti tecnici e fisici mi hanno fermato molto prima! Il sogno sportivo che invece spero di realizzare prima o poi è migliorare di parecchio i miei tempi di corsa (soprattutto sulla distanza dei 10 km) e fare la maratona, magari quando accantonerò definitivamente la pallavolo… se ne potrà parlare seriamente!

La tua città ideale

R Roma… con tutti i suoi grandi difetti… è la città dove sono nata e dove spero di continuare a vivere. Mi piace girare e l’idea di lavorare all’estero, anche per anni, non mi spaventa, ma spero sempre di poter poi tornare nella città che adoro. Se dovessi sceglierei un’alternativa a Roma, sceglierei Sidney (giusto dietro l’angolo!), ho viaggiato abbastanza pur essendo giovane e con Sidney è stato un vero colpo di fulmine, già quando ho incominciato a intravederla dall’aereo. Pur essendo molto diversa da Roma e dalle nostre città, l’ho trovata meravigliosa: a parte che si affaccia sull’oceano e l’”acqua salata” è una delle mie grandi passioni, geograficamente ha una posizione mozzafiato con queste enormi e frastagliate baie che penetrano nella città, metropoli verde e vivibile, una città in cui durante la pausa pranzo si veleggia nelle baie!

Un’ occhiata alla mensa quasi vuota ed una al mio orologio mi fa capire di aver esagerato un po’ troppo quest’oggi con la pausa pranzo e che, per me, sarebbe ora di tornare al lavoro.
Peccato, conversazione e compagnia più che gradevoli ma il tempo, si sa, è tiranno. Mentre ci alziamo da tavola disquisisco con Francesca del problema che il tempo non è mai abbastanza da poter fare tutto quello che si vorrebbe ed insieme ci ritroviamo a ricordare come Hermann Hesse, per bocca del suo “Siddharta” ha avuto modo di definirlo addirittura “sostanza d’ogni pena, d’ogni tormento e d’ogni paura” - al punto che - “ sarebbe stato superato e soppresso tutto il male ed il dolore del mondo, non appena si fosse trovato il modo di annullarne il pensiero”. Un concetto esageratamente negativo che mi regala invece, molto generosamente , il tempo di un’ultima domandina in tema:

Un momento della tua esperienza sportiva che avresti voluto eternare…

Mi vengono subito in mente alcune partite di pallavolo e un paio di corse che con il pensiero incornicio come momenti sportivi ideali, ma la sensazione più forte, la soddisfazione più grande che mi ha stordito facendomi commuovere è stato allenare una squadra di pallavolo in Mozambico. Un gruppo di ragazze adolescenti che mi hanno regalato alcuni dei più bei momenti della mia vita. Non dimenticherò mai quei momenti, la loro espressione di sfida e di diffidenza quando hanno visto entrare una bianca nel loro liceo (il più grande di Beira) e poi vedere, come in una favoletta a lieto fine, i loro occhi in poco tempo cambiare, mi hanno abbracciato con i gesti, con gli occhi e con il loro corpo per quei piccoli insegnamenti, per me così scontati e per loro così preziosi, cosi inusuali.

Ciao Francesca e grazie 1000 per tanti motivi: per esserti prestata a questa intervista, per essere stata una testimonial perfetta, per la serietá che hai dedicato ad ogni singola domanda e la sinceritá con cui hai risposto ma soprattutto per averci ricordato che, se stiamo su questo pianeta, non è solo ed esclusivamente per occuparci della nostra vita.

Buone Feste “piú buone” a tutti.

 

 

 
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